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  • O.M.M.

L'IMPOTENZA NON E' REALE, MA APPRESA/ POWERLESSNESS IS NOT REAL, BUT A LEARNED BEHAVIOR

Ultimamente mi capita di percepire negli ambienti artistici una sorta di spaccatura interna profonda, che a ben vedere non è altro che lo specchio della stessa spaccatura caratterizzante il collettivo del tempo attuale, marcato dallo sgretolarsi di molte forme consolidatesi negli anni e dall'emersione di nuovi slanci e vedute in via di affermazione che mettono in seria discussione l'impianto teleologico sottointeso alla gran parte di tutto il business artistico e non, che è stato preso a riferimento negli utlimi decenni.

Capita in queste circostanze mutevoli e in via di trasformazione che molti, anzichè concentrarsi sul potenziale di quei spazi emergenti dal disgregamento dell' "establishment", si sentano impauriti ed intrappolati in un senso di precarietà, dovuto solo in parte a ciò che accade fuori, e dovuto principalmente alla resistenza al cambiamento, di cui nessuno di noi può considerarsi completamente immune, e alla pigrizia di mettere a fuoco nuove visioni, che provengano autenticamente "da dentro". Ciononostante, in mezzo al trambusto e al disorientamento generale, c'è nel collettivo un desiderio di fondo preponderante e molto ben distinguibile, non appena si entra nel cuore di sè stessi e degli altri - un profondo desiderio di cambiamento. E qual è il maggiore ostacolo all'attuazione di un vero cambiamento?


Per poter cambiare le cose, è necessario prima di tutto cambiare la percezione delle cose. Le azioni, se non portano a - o son portate da - un cambio di percezione/prospettiva, non cambiano da sole la nostra realtà. E quando la nostra realtà sembra non cambiare pur desiderandolo, ci percepiamo come impotenti. Diventiamo impotenti in realtà ogni volta che "divorziamo da noi stessi", assumendo un'attitudine distruttiva nei nostri stessi confronti.

Il senso di impotenza, che molto spesso arriva accompagnato a braccetto dalla paura, è una contrazione terribile della nostra energia vitale, di fronte alla quale si hanno fondamentalmente due principali alternative - o ci lasciamo prendere dal panico oppure staniamo dai meandri della mente quei pensieri che si muovono sotto il radar della nostra attenzione cosciente e che ci portano a pensarci e percepirci come esseri impotenti, come piccole prede di un universo che ci dà la caccia, o come piccoli cappuccetti rossi in un mondo pieno di lupi. E anche se di lupi ce ne sono alcuni, forse non tutti desiderano attaccarci e forse non è necessario identificarci con cappucetto rosso.

Cosa dice la mente quando abbiamo paura, quando ci sentiamo impotenti? Chi di noi non ha mai pensato cose del tipo "sono da solo", "non ce la farò", "è una sfida troppo grande per me", ecc. iniziando anche a crederci e di conseguenza a sentire nel corpo gli effetti sgradevolissimi di quelle convinzioni?

La paura non se ne va solo schioccando le dita, non se ne va solo distraendoci da essa, peggio ancora se viene repressa. Ma se cambiamo la percezione che abbiamo della paura (o di ciò che la suscita), allora abbiamo la possiblità di intervenire sulla contrazione energetica indesiderata.

Come? La paura, o l'oggetto che la suscita, vengono generalmente identificate come qualcosa che sta "fuori di noi". Qualcosa di "altro da noi", di fronte al quale ci sentiamo "più piccoli" o "più fragili". Ma raramente pensiamo alla paura, compreso l'oggetto da cui scaturisce, come qualcosa che sta dentro di noi. Ma la paura di fatto sta "dentro". E la conseguenza di ciò è che "noi contentiamo la paura", e non il contrario! Noi non siamo "più piccoli" della paura, ma al contrario siamo sempre "più grandi" di essa, in quanto siamo lo spazio intorno a quell'emozione, siamo lo spazio intorno al pensiero dell'impotenza, siamo il contentore di quegli oggetti mentali ed emozionali che ci fanno male.

E soprattutto siamo creature piene di forze interiori nascoste ed in parte totalmente inespresse, disponibili all'accesso non appena staniamo dal loro covo una ad una tutte le definizioni invalidanti che ci diamo. E rispettosamente, con i nostri tempi, da una ad una prendiamo congedo. - OMM


Lately it happens to me to perceive in artistic settings and circles a sort of deep internal rift, which indeed is nothing but the mirror of the same rift characterizing the collective of the current time, marked by the crumbling of many forms consolidated over the years and by the emergence of new impulses and perspectives that seriously question the teleological system underlying most of the artistic and non-artistic business, which has been taken as a reference in the last few decades. It happens in these changing circumstances that many, instead of focusing on the potential of the space emerging from the disintegration of the "establishment", feel frightened and trapped in a sense of precariousness, due only in part to what happens outside, and mainly due to the resistance to change, of which none of us can be considered completely immune, and to the laziness of focusing on new visions, which come genuinely "from within". Nevertheless, in the midst of the hustle and general disorientation, there is in the collective a predominant and very well distinguishable desire, as soon as one enters one's own heart and the heart of others - a profound desire for change. And what is the biggest obstacle to implementing a real change?

In order to change things, first of all we have to change the perception we have of things.




If our actions do not lead to - or are supported by - a change of perception / perspective, they don't change alone our reality. And when our reality does not seem to change while we are desiring it, we perceive ourselves as being powerless. Actually we become powerless every time we "divorce ourselves", taking on a destructive attitude towards ourselves.

The sense of powerlessness, which very often comes accompanied by fear, is a terrible contraction of our vital energy, in front of which there are basically two main alternatives - whether we panic or we find out the thoughts that move under the radar of our conscious attention and that lead us to think about us and perceive ourselves as powerless beings, like small preys of a hunting universe, or like little red riding hoods in a world full of wolves. And even if there are some wolves, maybe not everyone wants to attack us and maybe it is not necessary to become identified with Little Red Riding Hood.

What does the mind say when we are afraid, when we feel powerless? Who has never thought things along the line of "I'm alone", "I won't make it", "This challenge is way too big for me", etc. also starting to believe it and consequently to feel in the body the very unpleasant effects of those beliefs?

Fear does not go away just by snapping our fingers, it doesn't just go away distracting from it, even worse if it is repressed. But if we change the perception we have of fear (or of what arouses it), then we have the possibility of intervening on the unwanted energy contraction.

How? Fear, or the object that arouses it, is generally identified as something "outside of us". Something "other than us", in front of which we feel "smaller" or "more fragile". But we rarely think of fear, including the object from which it springs, like something inside us. But the fear actually lies "inside". And the consequence of this is that "we are content with fear", and not the other way around! We are not "smaller" than fear, but on the contrary we are always "bigger" than it, because we are the space around that emotion, we are the space around the thought of impotence, we are the conteiner of those mental and emotional objects that hurt us.

And above all, we are creatures full of hidden and unexpressed inner forces, which make themselves accessible as soon as we flush out our own invalidating ideas and convictions one by one from their lair. And respectfully, at our own pace, we say goodbye to them one by one - OMM

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© 2019 by Ottavia Maria Maceratini