Cerca
  • O.M.M.

EDUCAZIONE E SVILUPPO. MA DI COSA ESATTAMENTE?/ EDUCATION AND DEVELOPMENT. OF WHAT EXACTLY?

Recentemente mi è capitato di visitare alcuni conservatori italiani: è sempre emozionante entrare in un luogo di studio, di pratica condivisa, di trasmissione di conoscenza ed esperienza. C’è una magia particolare per me nel passeggiare nei corridoi di questi luoghi, specialmente quando sono vuoti e in penombra, ed ascoltare come ciò che trapela da ogni singola porta chiusa si fonda in un quadro indistinto ma sempre armonioso ed elegante di suoni e di voci. Mi piace sedermi in qualche angolo dell’edificio e solo stare in ascolto di quello che mi passa attraverso e delle storie impregnate nei muri, nei soffitti, nell’etere. Si respira musica, si respira dedizione, si respira sacrificio, eppure c’è qualcosa che mi sembra mancare. Come mi sembra mancare in altre istituzioni simili, come ad esempio la scuola, primaria e secondaria.

Sono molto affezionata al ricordo del mio percorso di studi. Il tempo trascorso alla Hochschule fuer Musik und Theater di Monaco di Baviera è stato uno dei periodi più intensi e memorabili della mia vita fino a qui, ma sinceramente in mezzo a tutto il vissuto di quel fantastico periodo, non ricordo di aver avuto occasioni (se non quelle che io stessa ricercavo e che finivo per mettere in atto solitariamente, perlomeno in quell’ambiente) di esplorare i contenuti del mio mondo interiore insieme agli altri. Più di una volta, di fronte a domande/proposte genuinamente curiose e desiderose di sondare quella parte fondamentale della vita oltre che della musica, mi è capitato di ricevere risposte brusche come: “questa è filosofia, pensa a suonare”. (come se la “filosofia”, ammesso e non concesso che la mia sia stata tale, fosse qualcosa di deprecabile, o tutt’al più astruso, e come se ci fosse un tacito divieto nell’avanzare qualsiasi proposta di discorso o pratica che non fosse strettamente relativa a quella di un brano musicale).

Mi sono sentita terribilmente isolata dal resto dei miei compagni, pur nei casi in cui c’era e tutt’ora c’è sincero affetto da ambo le parti. Mi sono sentita sbagliata, fuori luogo, inopportuna. E lo stesso, o qualcosa di molto simile, ho visto accadere tacitamente negli altri. Aldilà delle pacche sulle spalle, di quel clima apparentemente aperto che si vede al primo sguardo passando per una mensa, per una biblioteca o qualunque altro più o meno allegro luogo di studio, ognuno parla “liberamente” per lo più solo di ciò che è prestabilito dal tacito consenso collettivo. La vera realtà del proprio mondo interiore mette in imbarazzo il più delle volte, per quanto innocua essa sia e resta nascosta nella propria bolla di isolamento camuffato di giovialità.

Non siamo educati a parlarne. Non siamo educati a prestare attenzione a quello che accade aldilà della mente quando interagiamo con gli altri. Non siamo incoraggiati ad abbassare le nostre difese psicologiche, a trasmettere ciò che è vivo in noi ora, aldilà della situazione della “performance”.

L’espressione dell’emozione è rilevante quando è all’interno di un atto performante, quando può essere dunque esibita, e allora si studia per filo e per segno come arrangiare l’esecuzione in modo da “trasmettere” qualcosa. Ma questo modo di fare, a cui necessariamente è sottointesa una certa visione finalistica dell’arte, ha dei limiti di cui di rado ci rendiamo conto.

Il limite più grande è - a mio parere - che tutto è finalizzato alla performance. E la “performance” non è finalizzata alla “trasmissione emotiva”, o meglio, questo solo su carta, ciò che accade nella maggior parte dei casi è piuttosto il contrario: ossia che “la trasmissione emotiva” diventi il mezzo che si usa al fine di “ottenere la miglior performance”, al fine di conquistare il palco, al fine di conquistarsi la critica.

Non voglio generalizzare al punto tale di dire che sia sempre così o che questo accada in tutte le istituzioni, poiché non è vero e fortunatamente ci sono persone e realtà di ampie vedute e capaci di allargare gli orizzonti entro i quali in genere la vita professionale tende a chiudersi. Ma di certo, al momento attuale, queste realtà rappresentano ancora la minoranza dei casi.

Abbiamo tanti sistemi di studio, abbiamo diverse “scuole” per imparare al meglio la tecnica di ogni strumento, le biblioteche traboccano di metodi atti a guidare il praticante all’assimilazione di una tecnica strumentale solida. Ci sono lezioni di storia della musica, di sviluppo dell’orecchio, di musica da camera e quant’altro…

Eppure quand’è che si parla di emozioni in modo profondo e vero? Quand’è che oltre alla crescita della tecnica ci si occupa della crescita emotiva della persona? Dov’è lo spazio dedicato all’ascolto/riconoscimento delle proprie emozioni e quelle degli altri?

Dov’è lo spazio dedicato all’acquisizione di un linguaggio che mi permetta di nominare ed identificare in modo sufficientemente esatto e differenziato ciò che sento e come usare il linguaggio al fine di abbassare le mie difese e quelle degli altri in rapporto al mio mondo emotivo?

Qual è il momento dedicato ad aiutare il ragazzo a rendersi conto in modo più consapevole e chiaro di cosa dice il suo cuore, di cosa davvero desidera, e in quale direzione vorrebbe incamminarsi in merito al suo percorso artistico, non il percorso diretto dall’esterno, quello scandito da concorsi e “passaggi obbligati” a non finire, a cui tutti credono di doversi uniformare, ma il percorso interno – la vera e propria ricerca del singolo?


In sintesi: Perché questo sembra non essere importante rispetto al resto? O altrettanto importante del resto? Perché se fosse davvero importante, ci sarebbero già degli spazi predisposti per svolgere anche queste attività, nell’ambito di qualsiasi tipo di educazione pubblica.

E mi chiedo anche: come sarebbe fare musica da camera una volta che apertamente si siano affrontati con i compagni i conflitti interiori soggiacenti al gruppo, oppure, in assenza di conflitti, una volta che ci si sia lasciata l’opportunità di vedersi vicendevolmente nell’intimo del proprio cuore? Quali sarebbero i risultati dell’educazione musicale (ma anche dell’educazione scolastica più in generale) se creassimo più spazi strutturati e dedicati alla crescita della consapevolezza emotiva e relazionale?

La risposta posso solo immaginarla… ma credo che possa essere un'interessante evoluzione artistica, epistemologica ed umana insieme. - OMM

Recently I have been visiting some italian conservatories: it is always exciting to enter a place of study, of shared practice, of transmission of knowledge and experience. There is a special magic for me in walking in the long hallways of these places, especially when they are empty and in dim light, and to hear how what leaks through every single closed door merges into an indistinct but always harmonious and elegant picture of sounds and voices. I like to sit in some corner of the building and just listen to what passes through me and to the stories impregnated in the walls, in the ceilings, in the ether. You breathe in music, you breathe in dedication, you breathe in sacrifice, yet there is something that seems to be missing. As it seems to me to be missing also in other similar institutions, such as primary and secondary school.

I have wonderful memories of the years spent at the university. The time spent at the Hochschule fuer Musik und Theater in Munich was one of the most intense and memorable periods of my life up to here, but frankly in the midst of all the experience of that great period, I don't remember having opportunities (if not the ones I was searching for and that I ended up putting into practice alone) to explore the contents of my inner world together with the others. More than once, coming forward with genuinely curious questions / proposals and eager to explore that fundamental part of life as well as of music, I received abrupt answers like: "this is philosophy, think about playing". (as if the "philosophy", admitted and not granted that mine was such, was something regrettable, or at most abstruse, and as if there was a tacit prohibition in advancing any proposal of discourse or practice that does not was strictly related to that of a piece of music).

I felt terribly isolated from the rest of my companions, even in cases where there was and still is sincere affection on both sides. I felt wrong, out of place, inappropriate. And the same, or something very similar, I saw happen in others. Beyond the pats on the shoulders, of that apparently open climate that one sees in the canteens of the universities or libraries or any other seemingly cheerful place of study, everyone speaks "freely" only of what is predetermined and accepted by the tacit collective consent.

The true reality of one's inner world embarrasses most of the time, however harmless it may be and remains confined within one’s own bubble of isolation disguised as joviality. We are not educated to talk about it. We are not educated to pay attention to what happens beyond the mind when we interact with others.

We are not encouraged to lower our psychological defenses, to transmit what is alive in us right now, beyond the situation of "performance". The expression of emotion is relevant when it is within a performing act, when it can therefore be exhibited, and then we study by thread and by sign how to arrange the execution so as to "transmit" something. But this way of doing, which necessarily implies a certain finalistic vision of art, has limits that we rarely realize.

The biggest limitation is – in my opinion - that everything is aimed at performance. And the "performance" is not aimed at "emotional transmission", or rather, this unfortunately belongs restrictively to theory, what happens in most cases is rather the opposite: that is, that "emotional transmission" becomes the means used in the end to "get the best performance", in order to conquer the stage, in order to win the criticism.

I do not want to generalize to the point of saying that it is always like this or that this happens in all institutions, since it is not true and fortunately enough there are people and realities of wide views and capable of broadening the horizons within which professional life generally tends to close itself off. But certainly, at present, these realities still represent the minority of cases.

We have lots of educational systems, we have different "schools" to learn the best of each instrument's technique, libraries overflow with methods to guide the practitioner to the assimilation of a solid instrumental technique. There are lessons in the history of music, ear development, chamber music and more ...

Yet when is it that we talk about emotions in a deep and true way? When is it that in addition to the growth of the technique we are dealing with the emotional growth of the person? Where is the space dedicated to listening / recognizing one's own emotions and those of others? Where is the space dedicated to the acquisition of a language that allows me to name and identify in a sufficiently exact and differentiated way what I feel and how to use language in order to lower my defenses and those of others in relation to my emotional world ?

What is the time dedicated to helping the students to become more aware and clearer of what their heart is saying, what they truly desire, and in which direction they would like to go about their artistic path, not the externally imposed path, what everyone believes they must conform to, but the internal path - the real search of the individual?


In summary: Why does this seem not to be important compared to the rest? Or just as important as the rest? Because if it were really important, there would be already spaces designed to carry out these activities as well, within any public educational system.

And I also wonder: what would it be like to make chamber music once the underlying internal conflicts have been confronted with the comrades, or, in the absence of conflict, once the opportunity has been given to really see into each other’s hearts? What would be the results of musical education (but also of school education in general) if we created more spaces dedicated to the growth of emotional and relational awareness?

I can only imagine the answer ... but I think, it could represent an interesting artistic, epistemological and human evolution at the same time. - OMM

90 visualizzazioni

© 2019 by Ottavia Maria Maceratini